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Giovanni Battista Piranesi e le Antichità Romane: il monumento come racconto della storia

Architettura della prova

Tra i libri d’arte e di antiquaria prodotti nel XVIII secolo, pochi hanno lasciato un’impronta così profonda sulla cultura visiva e intellettuale dell’Occidente come le Antichità Romane di Giovanni Battista Piranesi. Pubblicata a Roma tra il 1756 e il 1757 in quattro volumi in folio, l’opera non è riducibile né alla categoria del documento antiquario né a quella dell’atlante architettonico: è un atto argomentativo, una dimostrazione per immagini della grandezza tecnica e civile di Roma antica condotta con la stessa sistematicità — e la stessa passione polemica — di un trattato filosofico.

Il lotto battuto da Casa d’Aste Gonnelli nell’asta 69 — aggiudicato in post-asta a 25.400 euro su una base di 20.000 — rappresenta un caso esemplare di come le grandi opere illustrate del Settecento si comportino nel mercato secondario contemporaneo: con una solidità che non è mai puramente speculativa, ma si alimenta di ragioni critiche e bibliografiche che vale la pena esaminare con attenzione.

Il progetto delle Antichità Romane: un’opera di parte

Per comprendere il peso specifico delle Antichità Romane nel corpus piranesiano, occorre collocarle nel contesto della grande disputa antiquaria che dominò il dibattito culturale europeo nella seconda metà del Settecento: la querelle tra la supremazia dell’arte greca e quella dell’arte romana. Il giovane Johann Joachim Winckelmann aveva pubblicato nel 1755 i Gedanken über die Nachahmung der griechischen Werke — le Riflessioni sull’imitazione delle opere greche — sancendo la preminenza assoluta del modello ellenico e relegando Roma al rango di imitatrice tardiva, nobile ma derivativa. Piranesi, veneziano di nascita ma romano di elezione e di spirito, non aveva alcuna intenzione di accettare questo verdetto.

Le Antichità Romane sono la risposta. Non polemicamente esplicita — Piranesi non nomina Winckelmann nelle pagine preliminari dell’opera — ma strutturalmente orientata a dimostrare che Roma non aveva bisogno di Atene per giustificare la propria grandezza. I quattro volumi documentano con acribia metodica le opere ingegneristiche e architettoniche dell’antichità romana: le fognature, gli acquedotti, i mausolei, i ponti, le strade consolari, le strutture sepolcrali lungo la via Appia. Non il Pantheon o il Colosseo — i monumenti già consacrati dalla tradizione del Grand Tour — ma l’infrastruttura invisibile, il calcolo idraulico, la capacità tecnica di dominare il territorio su scala continentale. Piranesi sostiene, in sostanza, che la vera grandezza di Roma non stava nell’imitazione della grazia greca ma nell’invenzione ingegneristica, nella volontà di organizzare il mondo fisico con mezzi che nessuna cultura precedente aveva padroneggiato con tale coerenza.

Questo progetto intellettuale imprime alle tavole una qualità che va ben oltre la fedeltà documentaria. Le vedute dei sepolcri della via Appia, dei resti del mausoleo di Cecilia Metella, delle cisterne e dei muri in opus reticulatum non sono rappresentazioni neutrali: sono argomenti visivi. La scelta dei punti di vista, l’impostazione drammatica delle luci, la presenza di figure umane ridotte a scala microscopica rispetto alle strutture murarie — tutto converge a costruire un senso di potenza storica che nessun testo avrebbe potuto comunicare con la stessa forza.

La tecnica incisoria: tra documento e invenzione

Le Antichità Romane sono incise all’acquaforte con un magistero tecnico che Piranesi aveva sviluppato nel corso del decennio precedente, a partire dalle prime Vedute di Roma e dalle Carceri. Ma rispetto a queste ultime — dove l’invenzione formale è libera da qualsiasi vincolo di documentazione — le Antichità impongono a Piranesi un equilibrio più difficile: la fedeltà al dato architettonico deve coesistere con la tensione espressiva che è il tratto più riconoscibile del suo stile.

La soluzione è un sistema di modulazione timbrica straordinariamente raffinato. Le strutture murarie — soprattutto le grandi superfici in laterizio o in opus incertum — vengono rese attraverso un fitto reticolo di tratteggi incrociati che restituisce non soltanto la texture materica della pietra o del mattone, ma anche il senso del tempo depositato sulle superfici, la patina accumulata nel corso dei secoli. Le zone d’ombra più profonde, nelle parti sepolte o nei vani degli archi, sono costruite con una densità di segno che crea un vero e proprio spessore visivo, quasi tattile. In contrasto, le aree illuminate — la sommità dei muri, i cornicioni sporgenti, i profili dei tamburi cilindrici — emergono con una nettezza che ricorda la precisione del rilievo architettonico accademico.

Questa tensione tra documentazione e interpretazione è la firma piranesiana in senso pieno. Non un’elaborazione fantastica del reale — come nelle Carceri d’invenzione, dove l’architettura diventa sogno — ma una risignificazione del reale attraverso il controllo sapiente dei valori tonali e compositivi. Le tavole delle Antichità Romane sono, in questo senso, tra le opere più intellettualmente dense di tutta la grafica del Settecento europeo.

Le 250 tavole — o 251 in alcune edizioni, a seconda del frontespizio e degli inserti cartografici — comprendono anche una serie di disegni ricostruttivi: sezioni, planimetrie, alzati che integrano la visione “dal vero” con l’analisi tecnica. Queste tavole analitiche, meno celebrate delle vedute drammatiche, sono forse le più originali sul piano metodologico: Piranesi vi anticipa una prassi di documentazione integrata — descrizione visiva e analisi strutturale nello stesso foglio — che l’archeologia scientifica avrebbe adottato formalmente solo nel secolo successivo.

Questioni di edizione: la complessità bibliografica

Il collezionista che si avvicini alle Antichità Romane si trova di fronte a una complessità bibliografica non trascurabile, che investe direttamente la valutazione dei lotti sul mercato. L’opera conobbe più edizioni tra la princeps del 1756–57 e la fine del secolo; le varianti tra un’emissione e l’altra — stati delle lastre, filigrane della carta, cartigli dei frontespizi, presenza o assenza di determinati inserti — sono oggetto di una letteratura specialistica densa che fa capo, per gli studi più autorevoli, al catalogo di John Wilton-Ely (The Mind and Art of Giovanni Battista Piranesi, 1978) e alla monumentale catalogazione di Andrew Robison per la National Gallery of Art di Washington.

La distinzione tra esemplari di prima emissione — caratterizzati da lastre in stato fresco, prima delle ripassature che tendono ad appesantire il segno nelle edizioni più tarde — e ristampe successive ha conseguenze dirette sulle quotazioni. Un esemplare della princeps in buono stato di conservazione, con margini intatti e carta non ingiallita, vale sensibilmente di più di un’edizione tarda dello stesso insieme. Le filigrane della carta — spesso leggibili in controluce anche senza strumentazione specialistica — costituiscono uno degli elementi diagnostici principali per la datazione, unitamente all’analisi dello stato delle lastre sulle tavole più soggette a usura.

Per gli esemplari venduti come volumi rilegati — come nel caso del lotto Gonnelli — la legatura originale, quando conservata, aggiunge un ulteriore livello di interesse documentario. Le legature settecentesche in pergamena o in vitello con dorso a nervetti e titoli in oro sono parte integrante dell’oggetto-libro come documento materiale della sua storia di possesso.

Il lotto Gonnelli, aggiudicato a 25.400 euro, si colloca in una fascia di mercato coerente con le dinamiche recenti per gli esemplari completi in buono stato: i risultati d’asta degli ultimi anni per edizioni integre delle Antichità Romane oscillano tra i 18.000 e i 45.000 euro a seconda dello stato delle lastre, della conservazione della carta e della qualità della legatura, con punte superiori per esemplari di provenienza documentata o con note di possesso storicamente significative. L’incremento del 27% sulla base di partenza — da 20.000 a 25.400 euro — segnala un interesse reale e non semplicemente residuale da parte del mercato, confermando la tenuta strutturale di questo segmento.

Il libro illustrato del Settecento come categoria collezionistica

Le Antichità Romane appartengono a una categoria di oggetti che il mercato ha faticato a lungo a classificare in modo soddisfacente: il libro illustrato di grande formato che è simultaneamente opera grafica, documento bibliografico e oggetto di uso intellettuale. Non è un portfolio di stampe sciolte — dove le singole tavole possono essere valutate e commerciate individualmente — né un libro in senso tradizionale, dove il testo è il vettore principale del significato. È un’unità complessa in cui la sequenza delle tavole, il testo delle didascalie e dei commenti, le tavole ricostruttive e le vedute dramatiche si integrano in un sistema argomentativo che ha senso solo nella sua completezza.

Questa complessità pone sfide specifiche al collezionista. La tentazione di disaggregare le grandi opere illustrate del Settecento — vendendo le tavole singolarmente, dove il mercato della stampa isolata è più fluido — è storicamente documentata e ha prodotto la dispersione di esemplari completi che difficilmente potranno essere ricostituiti. Un insieme integro delle Antichità Romane è, in questo senso, un oggetto più raro di quanto la presenza ricorrente di lotti simili nelle aste possa far credere: molti degli esemplari che circolano sul mercato sono incompleti, con tavole mancanti, fogli sostituiti da edizioni diverse o testi delle didascalie lacunosi.

La verifica della completezza è dunque il primo e più impegnativo compito del potenziale acquirente. Il confronto con le liste di tavole stabilite dalla letteratura bibliografica — Wilton-Ely e, per la parte tecnica della collazione, il catalogo del Calcographia Nationale di Roma — è indispensabile prima di qualsiasi valutazione economica.

Piranesi nel collezionismo contemporaneo: tra filologia e mercato

La fortuna di Piranesi nel collezionismo del primo ventennio del XXI secolo presenta alcune caratteristiche che meritano di essere esplicitate. Il suo nome è sufficientemente riconoscibile da generare interesse anche tra acquirenti non specializzati — e questo costituisce una base di domanda stabile che le opere dei contemporanei minori non possono vantare. Allo stesso tempo, la complessità bibliografica e tecnica della sua produzione grafica richiede una competenza specifica che continua a rappresentare una barriera di ingresso per chi non abbia investito nel percorso di conoscenza necessario.

Il risultato è un mercato a due velocità: da un lato, una fascia alta di collezionisti e istituzioni che compete per gli esemplari di qualità documentata eccezionale — i fogli delle Carceri in primo stato, le vedute di formato grande con margini intatti, le Antichità Romane in prima edizione completa — dove i prezzi possono raggiungere livelli significativi nelle aste internazionali; dall’altro, una fascia più accessibile di opere tarde, ristampe ottocentesche e tavole isolate che alimenta un mercato di curiosità più che di collezionismo rigoroso.

Per chi intenda costruire una collezione piranesiana con metodo, il percorso consigliato dalla prassi dei grandi collezionisti di grafica storica passa attraverso la specializzazione: identificare una serie o un gruppo di opere, conoscerne la letteratura critica e bibliografica, sviluppare la capacità di lettura diretta dello stato delle lastre e della qualità della carta. È un percorso lungo, ma l’intelligenza del mercato — quella che produce aggiudicazioni come quella di Gonnelli, dove il prezzo finale supera significativamente la base — appartiene quasi sempre a chi ha percorso questa strada.

Le Antichità Romane restano, in questa prospettiva, un punto di ingresso privilegiato: abbastanza presenti sul mercato da consentire comparazioni e apprendimento, abbastanza complesse da richiedere un investimento intellettuale che ne giustifica la durata nel tempo. Piranesi non si esaurisce alla prima lettura. Come Roma, tende a restituire qualcosa di nuovo a ogni ritorno.

In evidenza:
Giovanni Battista Piranesi, Antichità romane de’ tempi della Repubblica, e de’ primi imperatori