L’approssimarsi dell’asta Bertolami Fine Art, prevista per il 4 dicembre a Roma, non è soltanto un evento di mercato, ma un momento di riflessione critica sulla traiettoria dell’arte italiana. Il catalogo, che spazia dall’Ottocento al contemporaneo con 235 lotti, ci costringe a un confronto serrato tra la solidità concettuale dei maestri del passato e le frammentazioni stilistiche delle espressioni più recenti. L’impianto della vendita, diviso in una prima parte che copre l’Ottocento e il primo Novecento (132 lotti) e una seconda dedicata al Dopoguerra (103 lotti), è quasi una critica implicita: l’ossatura del mercato si regge ancora sui giganti del canone.
De Chirico: l’inesorabile ritorno all’archetipo
Il baricentro critico dell’intera sessione è incarnato dal lotto 168: la “Piazza d’Italia” del 1950 di Giorgio de Chirico. Questa non è semplicemente una pittura, ma la riproposizione di un archetipo visuale che ha definito l’intera modernità. La stima elevata (€ 80.000 – € 140.000) non è solo un dato finanziario, ma il riconoscimento della sua inestinguibile capacità di evocare un senso di mistero e di sospensione atemporale. L’opera, al di là del valore commerciale, ci interroga sulla persistenza del mistero nell’arte, un elemento che sembra essersi assottigliato in gran parte della produzione contemporanea. La presenza di un altro lavoro del maestro, l'”Autoritratto con manto rosso” (1956), ribadisce il primato dell’artista che, anche nelle fasi successive e talvolta criticate della sua produzione, mantenne una coerenza visiva inossidabile.
Il limite del supporto: Bonalumi e l’oggetto pittorico

Il dibattito sul superamento del quadro trova un punto focale in Agostino Bonalumi, presente con “Rosso” (2007). L’arte analitica e spaziale di Bonalumi è un tentativo rigoroso e intellettuale di trasformare la tela in un organismo tridimensionale, sfidando la bidimensionalità. L’opera è un monumento alla coerenza: non è un’estroflessione casuale, ma una scultura che usa la pittura. La stima di € 50.000 – € 60.000 riflette la sua importanza storiografica. Similmente, Getulio Alviani con la sua “Superficie a Testura Vibratile. Rotazione 1.2.3.4 (1972) ci rammenta come l’arte cinetica abbia tentato di coinvolgere lo spettatore in un’interazione puramente ottica e matematica. Sono opere che esprimono un progetto estetico e teorico chiaro, a differenza di molta arte recente che sembra aver smarrito la disciplina formale.
La questione della firma e l’accesso all’arte
L’asta, come ogni grande evento di vendita, espone il paradosso tra l’opera capitale e l’opportunità “democratica”. I lotti di opere su carta o grafiche a stime contenute sollevano una domanda critica: quale valore ha l’opera di un maestro (come Emilio Vedova con un carboncino su carta a € 600 – € 800) quando viene ridotta a un semplice “punto di ingresso” per il neofita? Se da un lato l’accessibilità è positiva, dall’altro si rischia di sminuire l’importanza del segno e della ricerca di un artista dell’Informale come Vedova, riducendola a un mero oggetto con una “firma”.

Questa riflessione si estende anche all’inclusione di artisti internazionali come Francis Bacon (con una litografia stimata tra € 6.000 e € 9.000). Sebbene sia cruciale inserire l’arte italiana in un contesto globale, la presenza di opere grafiche di maestri di tale calibro, seppur rappresentative, non sempre eguaglia l’impatto critico dei dipinti maggiori. L’arte, in questo scenario, si muove tra la necessità di offrire oggetti iconici e il rischio di mercificare anche l’opera meno rappresentativa pur di sfruttare l’appeal del nome.

