C’è un momento, durante ogni asta di alta gioielleria, orologi rari e accessori di pelletteria, in cui il martelletto del banditore smette di essere solo lo strumento che sancisce un prezzo e diventa qualcos’altro: il punto in cui un oggetto smette di appartenere a una vetrina e comincia ad appartenere a una storia. È successo di nuovo il 6 e il 7 luglio a Monte Carlo, dove Wannenes ha chiuso tre sessioni d’asta per un totale che ha superato i 3 milioni di euro.
Le aste Bijoux, Montres Rares e Sacs de Luxe et Accessoires hanno fotografato un mercato internazionale sempre più attento alla qualità, alla provenienza e alla rarità degli oggetti proposti. Un risultato che conferma come Monte Carlo sia ormai diventata una delle piazze privilegiate per il collezionismo di alta gamma, capace di riunire una comunità globale di appassionati, investitori e conoscitori. Ma dietro ai numeri, che pure raccontano un mercato solido e vivace, si nasconde una domanda più interessante: cosa comprano davvero le persone, quando comprano lusso da collezione?
Non è la risposta scontata che si potrebbe pensare. Certo, c’è la componente di investimento: un anello con smeraldo colombiano certificato, come quello aggiudicato per 177.800 euro nella sessione dedicata alla gioielleria, rappresenta anche un bene rifugio, una riserva di valore tangibile in un’epoca di incertezza economica diffusa. Ma ridurre l’intera operazione a una logica puramente finanziaria significherebbe non capire fino in fondo il fascino che questi oggetti esercitano su chi li acquista.

Prendiamo gli orologi De Bethune, protagonisti assoluti della sessione “Montres Rares”. Non sono i nomi più celebri dell’orologeria — non hanno il riconoscimento immediato di un Rolex o di un Patek Philippe — eppure hanno superato, in sede d’asta, risultati ottenuti da manifatture storiche ben più blasonate. Cosa spinge un collezionista a preferire un calibro a carica manuale realizzato in appena poche decine di esemplari, invece di un orologio “sicuro” e riconoscibile da chiunque? La risposta, probabilmente, ha a che fare con un bisogno più profondo: quello di possedere qualcosa che nessun altro, o quasi nessun altro, potrà mai possedere. In un mondo saturo di oggetti riproducibili all’infinito, la rarità autentica — non quella costruita artificialmente dal marketing, ma quella reale, fatta di numeri di serie a due cifre e archivi che ne attestano la provenienza — è diventata forse il bene di lusso più prezioso in assoluto.
C’è poi un secondo filo che attraversa l’intera manifestazione, ed è quello della memoria. Il ciondolo a croce del 1890 con punzoni papali, il pendente Mellerio del 1870, la catena Bvlgari degli anni Sessanta impreziosita da monete che raffigurano un imperatore romano vissuto diciassette secoli fa: sono oggetti che non si limitano a certificare un gusto estetico, ma che portano con sé strati di storia sovrapposti, quasi geologici. Chi li acquista non compra soltanto oro, pietre o metallo lavorato: compra un frammento di tempo che continuerà a esistere, cambiando proprietario, molto dopo che l’acquirente stesso sarà scomparso. È una forma di collezionismo che assomiglia, per certi versi, a un gesto di cura verso il futuro — la volontà di custodire qualcosa che altrimenti rischierebbe di disperdersi.

E poi c’è Hermès, con le sue Birkin e la sua Kelly, che meriterebbe un discorso a parte. Perché il fenomeno delle borse Hermès sul mercato secondario ha ormai superato i confini della moda per diventare un caso di studio sociologico. Il risultato della sessione assume un significato particolare anche per il dipartimento Sacs de Luxe et Accessoires, guidato dal nuovo esperto Alberto Carminati, che ha portato in asta una selezione capace di valorizzare non soltanto le icone più riconoscibili, ma anche il concetto più ampio di accessorio come oggetto da collezione.
Una borsa che a distanza di quasi vent’anni dalla produzione mantiene, o addirittura accresce, il proprio valore non è più semplicemente un accessorio: è un simbolo di appartenenza, un linguaggio condiviso tra chi lo riconosce. La Kelly Sellier color Verde Giada aggiudicata a Monte Carlo non verrà probabilmente mai indossata tutti i giorni: diventerà, più probabilmente, un pezzo da custodire, da mostrare con discrezione, da tramandare.
Forse è proprio questo il filo che lega gioielli, orologi e borse in un’unica narrazione: la ricerca di qualcosa che resista al tempo, in un’epoca che consuma tutto sempre più velocemente. Le case d’aste come Wannenes, con la loro presenza radicata tra Milano, Genova, Roma, Torino e Monte Carlo, non fanno che intercettare e amplificare questo bisogno, offrendo un palcoscenico internazionale a oggetti che, altrimenti, resterebbero chiusi in un cassetto o dimenticati in una collezione privata. Il martelletto che scandisce ogni aggiudicazione non decreta soltanto un prezzo: certifica, ogni volta, che qualcosa è riuscito a sopravvivere abbastanza a lungo, e con abbastanza qualità, da meritare di continuare a esistere — nelle mani di qualcun altro, per qualche altro decennio ancora.

